Il Management delle EMOZIONI

Sono reduce dal convegno A.I.F. tenuto a Bologna e denominato “Prima giornata nazionale della formazione”.

Mi complimento anzitutto con gli organizzatori della manifestazione perché è stata certamente valida e ben apprezzata. Anzi, dal mio punto di vista auspicherei che venisse ripetuta anche in altre regioni italiane, su diversi argomenti.

I contenuti della giornata sono stati tutti particolarmente interessanti e hanno visto un grande dibattito con gli intervenuti.

Per offrire un contributo alla discussione, vorrei anzitutto chiarire due equivoci di fondo che aleggiano nel mondo della formazione da quando si parla di questo argomento.

Intelligenza emotiva o emozionale

Il primo riguarda la definizione di “intelligenza emotiva”. Ovviamente si fa sempre riferimento al testo scritto da Daniel Goleman, perciò partiamo da questo. Uno dei dibattiti più accesi riguardava la differenza fra “Intelligenza razionale“ ed “Intelligenza emotiva”.

Dobbiamo tenere presente, a tal proposito, che i traduttori italiani del libro, alla seconda pagina del testo (per l’esattezza a pagina 13) inseriscono una nota specifica affermando che “in tutto il testo originale ricorre con estrema frequenza l’aggettivo emozionale”, fatto sta che il testo originale si chiama Emotional intelligence, però poi proseguono dicendo: “pur consapevoli del fatto che in ambito specialistico è sempre più spesso reso con emozionale, rivolgendoci ad una fascia di lettori più ampia, abbiamo preferito, per motivi di immediatezza di scorrevolezza, ove fosse possibile rendere emotional con emotivo, perciò si leggerà vita emotiva, reazione emotiva, intelligenza emotiva, in quanto espressioni già presenti nella lingua corrente, mentre abbiamo tradotto circuiti emozionali, cervello emozionale, trattandosi di espressioni comunque di per se stesse più tecniche.”

I traduttori, con la lodevole idea di rendere il testo più scorrevole per un pubblico ampio, non si sono resi conto di aver ingenerato un grave equivoco per coloro che si trovano invece un po’ più addentro la materia. Fatto sta che nel convegno di Bologna si è più volte discusso in merito all’aggettivo emotivo, sottolineandone la connotazione passiva attribuitagli dalla grammatica italiana. In realtà la parola “emozionale” usata nel testo originale da Goleman non ha certamente questa connotazione passiva perché è piuttosto la specificazione del “tipo” di intelligenza.

Ne è riprova il fatto che Goleman fa chiaramente riferimento, nei suoi testi, prima di tutto ai sette tipi di intelligenza di Gardner:

  1. logico matematica;
  2. verbale;
  3. spaziale;
  4. cinestetica (movimento);
  5. musicale;
  6. interpersonale;

Quindi Goleman si riferisce ai 5 tipi di intelligenza emozionale di Salovem:

  1. conoscenza delle proprie emozioni;
  2. controllo delle emozioni;
  3. motivazione di se stessi;
  4. riconoscimento delle emozioni altrui;
  5. gestione delle relazioni.

Come si vede, nel testo originale non era prevista la connotazione passiva del termine “emotivo”.

In questo contesto, un’altra fonte di equivoco è data dalla parola “intelligenza” (stavolta tradotta correttamente). Però il punto è che non bisogna distinguere tra “intelligenza razionale e intelligenza emotiva (alcuni dei presenti al convegno hanno suggerito che sarebbe meglio parlare di emozione intelligente, o intellettiva, o intellettuale) bensì di un’altra distinzione, che a parere dello scrivente trova soluzione nelle appendici del libro (e relative note), in cui si definisce esattamente il concetto di intelligenza, così come è schematizzata in maniera semplificata nella figura 1.

Fig.1 / Schema della suddivisione del cervello

Il nostro cervello è suddiviso fra la corteccia cerebrale, che presiede al pensiero razionale, ed il sistema limbico, composto dall’Amigdala, dall’Ippocampo e da altre strutture cerebrali, che si occupa delle emozioni, perciò i termini giusti per definire il concetto di intelligenza emotiva e razionale dovrebbero invece essere: attività cerebrale razionale e attività cerebrale emotiva o meglio ancora attività cerebrale corticale (razionale) e attività celebrale limbica (emozionale).

Questi sarebbero i termini esatti, ma per brevità e per maggiore comprensione, dovendosi rivolgere anche qui ad un pubblico vasto, ovviamente poco addentrato e poco conoscitore di alcuni fenomeni, le parole scelte sono state: “intelligenza razionale” e “intelligenza emozionale”, con una specie di contraddizione nei termini che ha scatenato delle diatribe che non erano certamente negli intenti dei primi ricercatori.

Da dove “arriva” l’emozione?

Il secondo concetto che vorrei trattare, sempre secondo il mio parere, riguarda la natura stessa delle emozioni. Ad un certo punto del convegno è stata citata l’etimologia della parola, ovvero e-mozioni, identificando nelle emozioni un “moto”, una “mozione” che viene da fuori rispetto a noi. In questo siamo confortati non solo dall’etimologia storica, ma anche dalle forme linguistiche che hanno sempre connotato l’emozione come un qualcosa di estraneo che ci prende senza la nostra capacità di controllo cosciente.

Anche la professoressa Emma Corigliano, in un analogo convegno organizzato a Roma nel giugno scorso dall’Aif Lazio e presieduto dal professor De Masi, faceva notare che le emozioni sono sempre state considerate al negativo nella terminologia linguistica, infatti diciamo: “sono stato preso dall’ansia”, “sono stato assalito dall’ira”, addirittura gli inglesi per dire che si sono innamorati dicono “fall in love”, della serie:

– moglie: come hai potuto farmi questo!

– marito: cosa posso farci, sono caduto!?

Il fatto di dire “essere caduto nell’amore” per intendere innamorarsi fa capire veramente come alcune emozioni siano considerate totalmente incontrollabili per la maggior parte delle persone; abbiamo sempre saputo che ci invadono senza possibilità di controllarle e c’è sempre stata una grossa difficoltà perfino a riconoscerle, figuriamoci a gestirle in maniera efficace, ma su questo punto torneremo più avanti.

Completando il concetto relativo alla etimologia, dobbiamo notare che non sempre questa è perfettamente aderente alla realtà, soprattutto quando la scienza fornisce delle spiegazioni su una parola già esistente.

Ne è un valido esempio il termine “educazione”: anche qui troviamo la “e” privativa all’inizio della parola e quindi l’etimologia latina mostra la provenienza da: “ex ducere” ovvero tirare fuori. Qui c’è un motivo specifico: infatti questa parola origina dalla concezione antica della “maieutica” di Socrate, il quale affermava che ogni individuo aveva già in sé alla nascita tutte le informazioni occorrenti: l’educatore aveva quindi il compito di imparare a fare le giuste domande affinché il ragazzo riuscisse a trovare al suo interno le risposte. Ancora oggi questo principio è validamente applicabile in quella modalità di insegnamento definita “interrogativa”, normalmente applicata alla formazione d’aula.

In merito all’educazione, però, tutti noi sappiamo che oggi l’educazione non è assolutamente un tirare fuori dal bambino qualcosa che già sa, ma forse tutto l’opposto, cioè un inculcare, un mettere dentro, tutta una serie di regole e informazioni da parte prima della famiglia, poi della scuola e quindi dell’ambiente in cui si vive, compresi gli amici che si frequentano. L’educazione effettiva è perciò ben diversa da ciò che suggerirebbe l’etimologia della parola.

Tornando al concetto espresso da Goleman, cioè quello sull’attività cerebrale razionale, contrapposta all’attività cerebrale emozionale, l’emozione non può essere altro che un’attività cerebrale scaturita all’interno di noi a seguito di un pensiero, anche se ovviamente causato da un evento esterno.

I meccanismi neuro-fisiologici.

Mi spiego con un esempio: se vediamo un leone che ci si avvicina, immediatamente si scatena l’emozione della paura e ciò soprattutto per via della nostra interpretazione del significato del leone, con tutti i nostri pensieri ed informazioni relativi al pericolo. L’emozione quindi innesca una serie di meccanismi neurofisiologici in base ai quali entrano in circolo nel nostro organismo sostanze come l’adrenalina, la noradrenalina, il cortisolo ad altre, che ci inducono all’attacco o alla fuga, e comunque all’inibizione del pensiero razionale. Adesso, se inserissimo il concetto che il leone che si sta avvicinando è in realtà solo un nostro amico che si è mascherato per farci uno scherzo, ciò non toglie che la nostra reazione sia stata comunque di tipo emotivo, e in questo caso certamente di tipo emotivo passivo, nel senso che non siamo stati in grado di gestire opportunamente questa emozione.

In sostanza è il nostro pensiero che interpreta l’evento, e che quindi attiva l’emozione; non certamente l’evento in se stesso.

E’ interessante a questo proposito ricordare un bel libro scritto alcuni anni fa dal grande terapeuta americano Wayne Dyer (lo stesso di “Le vostre zone erronee”, “Prendi la vita nelle tue mani”, “Te stesso al cento per cento”, ecc.). Costui scrisse anche un interessante romanzo chiamato “I consigli di Eykis” in cui si trova un personaggio che va a fare uno strano viaggio sul pianeta Urano, trovando una realtà del tutto simile alla nostra, con poche sottilissime differenze; una di queste appare alla fine delle previsioni meteorologiche, quando la bella annunciatrice televisiva Eykis dice: “trasmettiamo adesso il bollettino degli attacchi d’ansia”. Il protagonista rimane naturalmente sorpreso da questo, va ad incontrare la signorina Eykis e insieme decidono di scambiarsi per qualche giorno i rispettivi pianeti, andando lei stessa sulla Terra per poi verificare le differenze. Così come il terrestre era rimasto sorpreso nell’ascoltare il bollettino degli attacchi d’ansia, lo stesso fu l’abitante di Urano, che si domandò: “ma se io non ho mai sentito questo bollettino, e quindi diamo per assodato che nella vostra realtà l’ansia non arriva come le normali perturbazioni, perché mai anche voi siete spesso ansiosi?

Già molti anni fa Dyer evidenziava quindi che l’emozione è un frutto irrazionale del nostro pensiero e non qualcosa che giunge chissà da dove.

Formare sulle emozioni

In conclusione vorrei riferirmi all’invito effettuato da Enzo Spaltro nel convegno, quando asseriva che qualcuno dovrebbe prima o poi occuparsi di addestrare le persone sulle emozioni. Ebbene, il sottoscritto ha avuto la fortuna di conoscere materie abbastanza vicine a queste già da molto tempo; nel lontano 1979 (ben ventitré anni fa) frequentai da singolo privato un corso basato sulla Dinamica Mentale del sudamericano José Silva. Da quel momento utilizzai gli insegnamenti appresi, inserendovi ulteriori studi fatti all’inizio degli anni 90 con il Prof. Leonardo Ancona dell’Università Cattolica di Roma e poi con le influenze della P.N.L., all’epoca poco conosciuta.

Negli anni ho potuto così mettere a punto alcune metodologie specifiche per cui ritengo che un seminario condotto da chi intenda insegnare qualcosa sulle emozioni dovrebbe avere le massime le seguenti caratteristiche:

  1. Conoscenza di base dei meccanismi cerebrali;
  2. Conoscenza dei meccanismi che inducono a far interpretare gli eventi come emozioni;
  3. Riconoscimento delle proprie emozioni;
  4. Attenuazione degli effetti ottenuti, mediante una razionalizzazione minuziosa dell’emozione, ovvero descrivere nei minimi particolari i tipi di effetti dati sul fisico dall’emozione stessa, in modo da poterla riconoscere meglio ed identificare con maggior precisione;
  5. Tecniche di rilassamento e di autosuggestione per evitare gli effetti negativi della suggestione negativa e per cercare di instaurare dei meccanismi di pensiero positivo con lo scopo di controllare al meglio le proprie emozioni;
  6. Induzione di emozioni a proprio piacimento in funzione di un allenamento mentale specifico;
  7. Esercitazioni di controllo per emozioni eccessive e di induzione di emozioni positive e piacevoli;
  8. Esempi e applicazioni su casi specifici e su situazioni relazionali (rapporti con gli altri, situazioni manageriali, sociali, parlare in pubblico, interviste ecc.)

Bibliografia:

GOLEMAN D., 1995, Emotional Intelligence, Intelligenza emotiva, Bur Rizzoli, Milano.

CHALVIN D.e RUBAUD C., 1995, Sfrutta tutto il tuo cervello, Franco Angeli / Trend, Milano.

HERMANN N., 1990, The Creative Brain, Brain Books.

DYER W., 1984, I Consigli di Eykis, Rizzoli, Milano.

SILVA J., 1988, The Silva Mind Control Method of Mental Dynamics, Grafton Books.

EASY LIFE, 1991, Memo-Memoria e Metodo, Fabbri Editori, Milano.

Strillo: Formare sulle Emozioni

Rubrica: Vita associativa

Per approfondire il dialogo con gli autori:

Stefano Panzarani – Direttore di Easy Life Scuola di Metodo – Via Timavo, 3 – 00195 Roma – Tel. 06-3720815 Fax 06-37516591 panzarani@easy-life.com

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